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Eden, secondo Fibonacci
- Io
- e
- lei
- siamo
- stati felici,
- per molto tempo, senza che
- alcunché potesse accaderci di male.
- Vivevamo un bel gioco, del quale conoscevamo le regole,
- che avevamo rispettato per tutta la vita, rendendole parte del
nostro carattere. Imprescindibili.
- Ci aggiravamo, giovani in un mondo giovane, partecipi della
sua prima e durevole primavera, alla continua ricerca di stimoli
e conoscenze.
- Non ci eravamo resi conto dei limiti che rendevano meno libera
la nostra esistenza fintanto che, con la nostra continua esplorazione,
non li abbiamo raggiunti. E cosÌ conoscemmo la frustrazione
nel porre un perché cui non arrivava riposta.
- Io avevo paura di violare le leggi che fin dalla creazione avevamo
rispettato, eppure ero fortemente tentato dalla proposta della
mia metà. Anche Lui, che tutto vedeva, doveva essersi accorto
del cambiamento nel nostro solitamente sereno vivere. E fu cosÌ
che, per la prima volta, ci sentimmo imprigionati, che provammo
il disagio della mancanza di intimità, e la voglia di trasgredire.
- Osservando come il serpente scivolava via dalla nostra vista
per poi ricomparire insospettato da qualche altra parte, invidiammo
questa sua capacità di scomparire, e cosÌ di potere
conservare una propria intimità. E nel suo scivolare sulle
spire non vi era nulla che lasciasse presagire ad una sua intenzione
di nascondersi o di attaccare una vicina preda. Ci chiedevamo
come facesse a simulare cosÌ bene un assoluto distacco
da ciò che avrebbe fatto poco dopo, e studiandolo apprendemmo,
specie Lei. Divenne bravissima e vi trascorreva parecchio tempo
insieme, cosa che mi infastidiva, e insieme mi piaceva.
- Col tempo Lei si fece più audace, ed io mi lasciai travolgere
dal desiderio di accontentarla, cosÌ tanto da dimenticare
quanto di mio vi fosse nei nostri progetti, e da restare dunque
sorpreso nel trovarmi di fronte il frutto che tanto avevamo desiderato.
Barcollai in quel momento, e la deludetti più di quanto
avessi creduto possibile. Tornò quella di prima mentre
manifestava su tutto il suo viso, con tutto il suo corpo, il disappunto
per la poco calorosa accettazione del dono che, lei sapeva, avevo
incessantemente voluto. Fu un attimo, per me e per lei, poi recuperammo
l'insegnamento del serpente, e tornammo padroni di noi stessi.
Comprendemmo la difficoltà reciproca nel leggere nei pensieri
dell'altro, e la conseguente necessità di non fidarsi delle
presupposizioni sul proprio compagno, createsi senza la necessaria
risposta di ritorno da parte sua. Allora ci sorridemmo, io diedi
un rapace morso al frutto che lei spingeva contro la mia bocca,
e condivisi il boccone spezzandolo e spingendolo tra le sue labbra
con delicatezza.
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