Eden, secondo Fibonacci

  1. Io
  2. e
  3. lei
  4. siamo
  5. stati felici,
  6. per molto tempo, senza che
  7. alcunché potesse accaderci di male.
  8. Vivevamo un bel gioco, del quale conoscevamo le regole,
  9. che avevamo rispettato per tutta la vita, rendendole parte del nostro carattere. Imprescindibili.
  10. Ci aggiravamo, giovani in un mondo giovane, partecipi della sua prima e durevole primavera, alla continua ricerca di stimoli e conoscenze.
  11. Non ci eravamo resi conto dei limiti che rendevano meno libera la nostra esistenza fintanto che, con la nostra continua esplorazione, non li abbiamo raggiunti. E cosÌ conoscemmo la frustrazione nel porre un perché cui non arrivava riposta.
  12. Io avevo paura di violare le leggi che fin dalla creazione avevamo rispettato, eppure ero fortemente tentato dalla proposta della mia metà. Anche Lui, che tutto vedeva, doveva essersi accorto del cambiamento nel nostro solitamente sereno vivere. E fu cosÌ che, per la prima volta, ci sentimmo imprigionati, che provammo il disagio della mancanza di intimità, e la voglia di trasgredire.
  13. Osservando come il serpente scivolava via dalla nostra vista per poi ricomparire insospettato da qualche altra parte, invidiammo questa sua capacità di scomparire, e cosÌ di potere conservare una propria intimità. E nel suo scivolare sulle spire non vi era nulla che lasciasse presagire ad una sua intenzione di nascondersi o di attaccare una vicina preda. Ci chiedevamo come facesse a simulare cosÌ bene un assoluto distacco da ciò che avrebbe fatto poco dopo, e studiandolo apprendemmo, specie Lei. Divenne bravissima e vi trascorreva parecchio tempo insieme, cosa che mi infastidiva, e insieme mi piaceva.
  14. Col tempo Lei si fece più audace, ed io mi lasciai travolgere dal desiderio di accontentarla, cosÌ tanto da dimenticare quanto di mio vi fosse nei nostri progetti, e da restare dunque sorpreso nel trovarmi di fronte il frutto che tanto avevamo desiderato. Barcollai in quel momento, e la deludetti più di quanto avessi creduto possibile. Tornò quella di prima mentre manifestava su tutto il suo viso, con tutto il suo corpo, il disappunto per la poco calorosa accettazione del dono che, lei sapeva, avevo incessantemente voluto. Fu un attimo, per me e per lei, poi recuperammo l'insegnamento del serpente, e tornammo padroni di noi stessi. Comprendemmo la difficoltà reciproca nel leggere nei pensieri dell'altro, e la conseguente necessità di non fidarsi delle presupposizioni sul proprio compagno, createsi senza la necessaria risposta di ritorno da parte sua. Allora ci sorridemmo, io diedi un rapace morso al frutto che lei spingeva contro la mia bocca, e condivisi il boccone spezzandolo e spingendolo tra le sue labbra con delicatezza.